
La peste suina è giunta in Italia a gennaio 2022.
I primi casi accertati furono in Liguria e in Piemonte nella popolazione di cinghiali selvatici.
Ad agosto 2023 entrò negli allevamenti di maiali della pianura padana, la zona più densamente interessata, in Italia, dalla zootecnia suinicola, sfondando tutte le fragili e maldestre misure di biosicurezza a cui gli allevatori si adeguarono, male e con colpevole ritardo.
I primi focolai furono in alcuni allevamenti in provincia di Pavia.
Tra cui il nostro santuario Progetto Cuori Liberi. Che distava una manciata di km dall’allevatore che più di tutti contribuì alla diffusione del virus, avendo omesso la morte per peste di 400 suoi maiali e avendone spedite altre centinaia in macelli e diversi allevamenti.
La presenza stessa dei focolai portò alla strage, con metodi efferati, di oltre 45mila e 9 maiali.
I nostri.
Gli ultimi superstiti sopravvissuti alla peste al rifugio.
A tutti, inesorabilmente, fu applicata la logica dello stamping out.
Che prevede, follemente, che vengano sterminati tutti i soggetti afferenti ad un concentramento di animali, anche in presenza di un solo individuo positivo.
Tutto il massacro nei focolai fu documentato dalle telecamere e dai droni di Essere Animali e Last Chance for Animals.
A gestire la malattia e quella che viene, a torto, definita emergenza sanitaria fu creata una figura ad hoc, il Commissario Straordinario per la Peste Suina Africana.
Che, tramite ordinanze e provvedimenti, avrebbe dovuto mettere in atto misure per impedire o rallentare il dilagare del virus.
I primi due Commissari, tra cui Caputo, mandante della strage a Cuori Liberi, non han fatto altro che far inseguire i cinghiali in lungo e in largo per lo stivale, tentando di sterminarli tutti, invece che attuare soluzioni con un briciolo di buon senso, ovvero, implementare la biosicurezza degli allevamenti.
Proteggendoli con recinzioni e barriere.
E, mentre in Italia la propaganda ufficiale si autocomplimentava per una straordinaria gestione dell’emergenza, l’Europa e precisamente l’Euvet (equipe di emergenza veterinaria della Commissione europea) ha bocciato e criticato l’operato italiano nel contrasto alla PSA.
Nella relazione di Euvet, in particolare, veniva sottolineato come non fossero stati i cinghiali a portare il virus dentro agli allevamenti italiani e che la caccia fosse, anzi, uno strumento dannoso nelle zone di restrizione perché contribuiva a diffondere il virus disperdendo i cinghiali potenzialmente infetti.
Ciò era già stato dichiarato in precedenza, fin dal principio, ovvero già nel 2022, da Ispra (che è un organo che interviene come consulente delle istituzioni in materia di fauna selvatica), che dichiarava che sarebbe stato inutile uccidere tutti i cinghiali ma che la soluzione avrebbe dovuto essere trovata con ben altri sistemi.
Cosa si sarebbe dovuto fare?
A gennaio 2022, quando il virus era circoscritto ad un piccolo territorio dalle parti di Genova, l’area avrebbe dovuto essere recintata, i cinghiali sarebbero rimasti in quel territorio e avremmo dovuto evitare qualunque azione in grado di favorire il loro spostamento.
Invece è stato fatto l’esatto contrario.
Puntando sulla caccia, coinvolgendo non solo il mondo venatorio becero e ignorante, ma anche l’esercito negli abbattimenti, le istituzioni miopi e violente hanno solo contribuito a diffondere il virus insieme ai cinghiali in fuga.
Non solo, le recinzioni in Piemonte, costruite per arginare e contenere la popolazione selvatica di cinghiali potenzialmente infetta, sono state realizzate piene di varchi e non sono state completate per mancanza di fondi (mentre invece i fondi per i ristori agli allevatori, guarda caso, ci sono)
Oltre 612mila i cinghiali uccisi per la peste.
Senza alcun risultato, infatti a luglio 2024 arriva una nuova ondata e, di nuovo, complice il caldo, fioccano i focolai negli allevamenti.
Anche in questo caso a contribuire al dilagare del virus è la mala gestione e il comportamento truffaldino di un allevatore che seppellisce una ventina di maiali morti per peste invece che dichiararli e nonostante ciò insieme al veterinario si reca in altri allevamenti che diventano, al suo passaggio, focolai.
Ormai è chiaro che la peste non entra negli allevamenti coi cinghiali ma con l’uomo, coi camion passati da aree infette, coi veterinari, coi fornitori.
Solo le istituzioni faticano a capirlo.
E, in tutto questo, assistiamo a due pesi, due misure.
Agli allevamenti vengono erogati contributi, con soldi pubblici, per realizzare le opere di biosicurezza che poi, il più delle volte, non vengono realizzate. Ed erogati ristori (sempre coi nostri soldi) per le perdite economiche dovute all’interruzione dell’attività e all’abbattimento dei maiali.
Ai santuari, invece, non viene dato nulla. Essi devono realizzare gli investimenti per le opere di biosicurezza a proprie spese.
Cosa che i rifugi avrebbero fatto a prescindere perché sono gli unici ad avere il genuino interesse di proteggere dal virus gli abitanti.
La differenza è questa, i santuari tutelano la vita dei maiali residenti, non il portafoglio.
Non il comparto.
Non l’esportazione.
Non la filiera.
Non l’eccellenza italiana.
Solo ed esclusivamente la vita degli individui.
Ad oggi i ristori agli allevatori superano i 24 milioni di euro.
Dall’inizio di quell’incubo, nulla è cambiato.
Nonostante le centinaia di migliaia di animali ammazzati.
L’unica differenza sta in noi, che, allora, eravamo increduli e attoniti.
E non credevamo potessero, davvero, arrivare a profanare un rifugio.
Oggi, sappiamo benissimo che possono farlo.
La PSA continua a girare.
Al momento, in nessun allevamento di suini domestici, ma nella popolazione di cinghiali, in Liguria e in Lombardia.
I nostri rifugi, in quelle regioni, sono circondati.
E, ancora, non abbiamo le dovute tutele.
Anche se i nostri santuari sono stati riconosciuti come realtà diverse dagli allevamenti.
E i suidi che vivono con noi sono stati dichiarati non macellabili e non trasformabili in prodotti.
Nonostante ciò, non siamo ancora protetti da quelle deroghe necessarie in grado di impedire lo stamping out nel caso malaugurato in cui la PSA dovesse rivalicare i nostri cancelli.
Lo Stato non sta concedendo quelle deroghe e non emette i provvedimenti indispensabili per tenerci al sicuro.
Almeno nei santuari.
Per cui, se riaccadesse, la differenza dovremmo farla noi e voi insieme.
Non c’è null’altro.
Nessun aiuto dalle istituzioni, che, al momento, rifarebbero la stessa cosa.
E noi dovremo fare in modo di impedirlo.
Perché saremo a migliaia davanti ai cancelli per non farli entrare.
Foto By Alessio Schiazza dal Film CUORI LIBERI – Fino all’ ultimo respiro
Testo a cura di RM